Nel 1867 a Spring Lake, nel Michigan, nasceva Winsor McCay, l’uomo che con le sue sole forze ha fornito il contributo più importante alla storia della nona arte. Già perché se l’anno zero del fumetto è ufficialmente il 1895 (vi apparve Yellow Kid), la data di lancio del fumetto nel mondo dell’arte è senz’altro il 1905, quando McCay diede alla luce Little Nemo in Slumberland. Affacciandosi dalle pagine del supplemento domenicale del New York Herald, Nemo narrava le avventure oniriche di un ragazzino in compagnia del suo amico immaginario, il clown Flip. Il tema del sogno era particolarmente caro a McCay: già anni prima aveva dato vita a Dreams of Rarebit Fiend, sugli incubi di un divoratore di crostini al formaggio. Ma il talento visionario non era l’unica caratteristica del suo genio. McCay si distinse per la tecnica superlativa del disegno, per un senso della prospettiva sorprendente e soprattutto per la capacità di disegnare praticamente qualsiasi cosa a velocità supersoniche. Vero e proprio pioniere dell’animazione (il cartoon del dinosauro Gertie è del 1909), McCay era in grado di sfornare 25 illustrazioni in 15 minuti, tutte dettagliatissime!

Il suo figlio cartaceo più noto e amato nel mondo è senz’altro il piccolo sognatore Nemo. Questo autentico capolavoro del fumetto è figlio delle fantasmagorie che alimentavano nel Novecento l’immaginario d’inizio secolo: la lanterna magica e il nascente cinematografo, i grandi parchi divertimento, i musei e l’arte degli illusionisti. Un mondo bigger than life, una psico-geografia che ha segnato in profondità l’esperienza del moderno. Solo cinque anni prima Freud dava alle stampe L’interpretazione dei sogni e McCay più d’ogni altro fu in grado di rendere su carta la meraviglia che il bambino sperimenta ogni notte nei suoi viaggi ‘attraverso lo specchio’.
La struttura delle tavole di Nemo è profondamente studiata e mirabilmente eseguita. Solitamente la striscia introduttiva segue uno sviluppo lineare, la prospettiva è assente e lo spazio uniforme. Poi, man mano che il piccolo eroe scivola nel regno di Morfeo il ritmo diventa frenetico, le vignette e lo spazio mutano dimensioni, la prospettiva esplode e i colori cominciano a illuminarsi. C’è quasi sempre un movimento ascensionale, un crescendo, sia grafico che narrativo, che trova il suo termine naturale nell’ultima vignetta, dove Nemo si risveglia cadendo dal letto. Anche se questa forma non è rigorosamente osservata, in ogni storia c’è un flusso dialettico che vi si modella intorno. E quello che più colpisce di McCay è proprio la sua capacità di far convivere la libertà d’invenzione con un senso geometrico e organico dell’impaginazione, che sembra seguire il contrasto fra l’anarchia interiore del sogno e l’immobilità fisica del sognatore.
Così il celebre autore di “Maus”, Art Spiegelman, commenta la tavola riprodotta qui affianco:
«Guardate come la fila delle vignette si allunga per adattarsi al letto che sta crescendo mentre galoppa in mezzo e sopra la città… guardate la luna come rimbalza in un contrappunto ritmico alle sinuose movenze del letto. Guardate come la luna unisce due vignette in una sola quando il letto inciampa nella guglia di una chiesa. Guardate come Nemo fluttua lungo quell’ultima vignetta stretta e verticale per atterrare, come sempre, nel suo letto. Quell’uomo era un genio!»
Difficile soffermarsi in breve sul lascito ancora vitale dell’opera di McCay. Grandi autori del fumetto contemporaneo hanno dedicato a Nemo addirittura intere serie: è il caso di Moebius che, in coppia con Marchand, ha tributato il suo omaggio a chi prima di lui aveva saputo creare meraviglie col talento per le architetture fantastiche; è il caso anche del nostro Vittorio Giardino, che negli anni Ottanta, sulle pagine di Comic Art, ne fece un remake erotico con Little Ego, illustrando le avventure oniriche e desideranti di una procace donnina. Per alcuni il gusto per gli effetti anamorfici e il dettaglio realistico fanno di McCay un precursore dell’animazione digitale. Neppure il cinema manca di suoi prestigiosi ammiratori: molto probabilmente Spielberg si ricordò delle avventure animate del dinosauro Gertie mentre girava “Jurassic Park”, mentre l’eccentrico Peter Greenaway ha confessato, nella prefazione all’edizione francese di Nemo, il suo stupore per quel talento, in Inghilterra ancora semisconosciuto: «Questo Winsor McCay, da dove diavolo aveva attinto questa conoscenza visiva enciclopedica? Era uno zoologo? Un architetto?»
McCay era innamorato dello spettacolo e non smise mai di stupire il pubblico portando in giro le sue invenzioni fra circhi e luna park ambulanti. La statura del pioniere che sperimentò autonomamente tutte le potenzialità espressive di un’arte nascente, il gusto popolare dell’illusione unito alla raffinatezza dell’arte, fanno di quest’autore un Orson Welles del fumetto. I due avevano in comune un certo mito dell’infanzia, e non poco accomuna la Slumberland di Nemo alla Xanadu di Kane. E poi guarda caso McCay entrò in rotta col suo editore, proprio quel William Randolph Hearst che ispirò il personaggio di Kane.
Come Welles anche McCay fu un potente e ricercato autore integrato nell’industria dello spettacolo (almeno all’inizio); ma come lui non risparmiò critiche al capitalismo, come testimonia l’avventura di Nemo su Marte (1910) dove un magnate, un certo M. Gosh, si appropria di tutto e mette in vendita perfino l’aria e le parole più usate. Del resto McCay non si preoccupò mai di brevettare le sue invenzioni e un gran numero di affaristi si arricchì alle sue spalle rubandogliele. Dal canto suo, questo sognatore incallito, quest’affabulatore stacanovista da Mille e una notte continuò sempre e solo a nutrire il suo impulso creativo. Morì improvvisamente il 26 luglio 1934, lasciando incompiuto il suo ultimo disegno.