Il fumetto che vive di buone intenzioni

Il successo internazionale di Marjane Satrapi ha generato negli ultimi anni un epifenomeno editoriale: è iniziata una rincorsa alla pubblicazione di autori indipendenti che scrivono dal e del Medio Oriente. Il processo è facilitato da un interesse crescente degli occidentali per la realtà e le problematiche di questa regione, che ha avuto il suo momento di gloria nella recente Primavera araba. I territori più frequentati sono quelli del graphic journalism, del diario a fumetti, del blog che diventa libro. L'ultima importante pubblicazione del genere è certamente Zahra's Paradise, lanciato, in modo anche abbastanza sensazionalistico, come un caso editoriale.

Ma l'intensità emotiva e la freschezza di Persepolis non ha portato dietro di sé molte opere all'altezza. E oggi, per quanto riguarda quest'ambito - ma il discorso può essere facilmente allargato -, il fumetto sta vivendo uno strano periodo. C'è un paradosso di fondo che lo determina: per molti anni, soprattutto in Italia, il fumetto è stato snobbato e "ghettizzato" ma, dopo aver faticato a conquistarsi il suo spazio e a vedere riconosciuta la sua dignità artistica e culturale, si è creato un bizzarro pregiudizio al contrario. Siamo al punto in cui qualsiasi fumetto che tratti argomenti fuori dall'usuale, rispetto alla lunga tradizione di intrattenimento di massa, viene recepito positivamente dalla critica, in modo quasi automatico. Per non parlare dell'etichetta di graphic novel, diventata in sé sinonimo e garanzia di qualità.

Prendiamo, ad esempio, Maya Zankoul - e valga solo come esempio -, giovane autrice araba che ha appena pubblicato un libro in Italia, Amalgam. L'editore lo presenta così: "Dal Libano con humor e sarcasmo un fumetto divertente e autobiografico che racconta la vita dalle parti di Beirut di una ventitreenne audace che parla liberamente di corruzione, maschilismo e disparità sociali. Il libro è nato da un blog tra i più seguiti nel mondo arabo".

Gli ingredienti ci sono tutti: è una donna, è libanese, affronta in modo spregiudicato argomenti che sono tabù nel suo paese, racconta di un mondo che ci affascina, ha messo su un blog. Però poi basta dare un'occhiata al suo lavoro per recepirne la pochezza: racconto semplicistico e disegno a dir poco infantile. Oggettivamente brutto. Viene da pensare a tutti gli autori che si fanno le ossa nelle scuole di fumetto, che passano una vita a scrivere e disegnare prima di trovare il proprio stile, a tutti i talenti che faticano ad emergere in un mercato asfittico, in perenne crisi. Tutto ciò rafforza il paradosso. I lettori di fumetti sono sempre stati molti esigenti e dal fumetto di genere pretendono idee, competenze, cura editoriale, credibilità e valore grafico. Come, del resto, i fruitori di cinema e letteratura cercano la qualità in quello che vedono e leggono. Ma nessun regista o scrittore potrebbe realizzare lavori mediocri e cavarsela, come fa Zankoul, con frasi come: "Se ho un problema, ne faccio una vignetta. E mi sento meglio".

Alla fine questo meccanismo non fa che alimentare, per converso, l'eterno pregiudizio verso il fumetto. Il messaggio che ne deriva è il solito: che in fondo il fumetto in sé non è un arte, è una cosa di poco conto. Quindi, se vuoi farti perdonare il fatto che dedichi il tuo tempo ai disegnini allora è il caso che tu parli di politica e di privato, di costume e società, come nelle rubriche dei nostri ridicoli notiziari, e avrai il tuo temporaneo posto al sole. E' chiaro che, se sei italiana, nessuno sarà disposto a pubblicare i tuoi diari delle medie a fumetti sotto forma di blog, o almeno non finché non sia giunto il momento (devi prima avere il tuo seguito online). Ma la qualità non è richiesta. Non ci si rifugi allora nel fumetto che vive di buone intenzioni. Non basta dare spazio agli autori arabi per ammantarsi di sensibilità e multiculturalismo. Dipende sempre da quello che preferiamo - o che ci fa più comodo - vedere. Anche in questo caso, rischiamo di replicare nuovi stereotipi con il vecchio schema dell'esotismo paternalista e borghese del mondo occidentale. Si chiama 'orientalismo', e ne scrisse con grande lucidità un intellettuale palestinese, Edward Said.

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