Intervista: Andrea Baricordi - Kappa Edizioni e Star Comics

Presentati ai lettori di Comicsblog
Ahi, cominciamo male. Soffrendo di identità multiple (e avendo fatto la maggior parte delle cose insieme ai miei amici/soci) farò molta fatica. Andrea Baricordi, uno dei quattro ‘Kappa boys’ (noto ai più giovani anche con gli alter-ego di Capitan Barikko, Ser Barrico da Roccastorta, Tenente Baroro, mentre i più vecchiotti si ricorderanno meglio del verde bastardello chiamato Il Kappa) che dalla fine degli Anni Ottanta ha operato sul suolo italiano per portare in Italia il fumetto giapponese (quando tutti lo consideravano roba impubblicabile, compresi quelli che oggi lo pubblicano!), riuscendoci prima attraverso qualche fanzine (Anime Fubun, Anime, Mangazine), poi con Granata Press (Anime: Guida al cinema d’animazione giapponese, più tutte le prime pubblicazioni manga italiane), poi con Edizioni Star Comics (con cui collaboriamo tutt’oggi da oltre quindici anni).

A metà degli anni Novanta abbiamo creato Kappa Srl, un’agenzia di servizi per l’editoria che oltre a occuparsi integralmente del settore manga di Star Comics ha a che fare quotidianamente con decine di grandi aziende diverse (non solo nell’ambito dell’editoria). Nella seconda metà degli anni Novanta abbiamo poi fondato Kappa Edizioni, una seconda società che si occupa di pubblicare saggistica, romanzi e manuali (alcuni dei quali veri best-seller), fumetto internazionale non-mainstream e produzione di fumetto italiano, con relativa esportazione.

Da un paio d’anni abbiamo iniziato a occuparci anche della tutela di produzioni animate italiane (la prima è stata Rat-Man, a cui se ne sono aggiunte nel frattempo altre decine in corso di produzione) e in molti casi fungiamo da ponte fra Italia e Giappone per svariate aziende. Con questa mole di cose da fare, non resta molto per il tempo libero, ma fortunatamente il mio lavoro coincide con (anzi, nasce da) i miei hobby e le mie passioni, e così appena posso mi butto a scrivere sceneggiature per fumetti, fra cui la serie Lupin III Millennium, e la mia personalissima serie Lambrusco & Cappuccino, che ormai ha talmente tante ramificazioni e apparizioni che non le conto più. Da oltre un anno collaboro con la rivista giapponese Italiago Kaiwa pubblicata dalla NHK, la rete nazionale giapponese, per cui ho iniziato con una miniserie di articoli semi-umoristici sulla mia cara Bologna, proseguita ne Le Avventure di Felsina Jones (mio ennesimo alter-ego, stavolta noto solo nel Sol Levante) e successivamente nella rubrica fissa Italia Kara Warai o Komete, in cui cerco di scardinare qualche luogo comune sul nostro Paese in maniera – spero – divertente.

A livello di crociate donchisciottesche, le tento tutte pur di trovare sistemi alternativi per far accettare il fumetto come degna lettura anche a chi crede che si tratti solo di un genere inferiore, e cerco di valorizzare il lavoro di giovani autori di fumetto e animazione attraverso consigli o, sempre più spesso, concorsi: fino all’anno scorso il NonKorso per fumettisti, da quest’anno Anime d’Italia per animatori. Huff! Forse ce l’abbiamo fatta…

Come mai in Italia l'arte del fumetto o dei manga è così sottovaluta
mentre, al contrario, negli Usa e in Giappone è praticamente parte integrante della società e della cultura?

Bisogna fare due discorsi separati.
Prima questione: come disse Sergio Bonelli nel corso della delirante trasmissione Cortocircuito a cui partecipammo insieme a metà del mondo fumettistico italiano, «purtroppo il fumetto è considerato il paria dell’editoria». Questo per via di preconcetti generati nell’era in cui il fumetto non era visto di buon occhio dalle istituzioni (o, meglio, dai soliti vecchi barbogi che si trovavano di fronte a qualcosa che per loro era imprevisto o incomprensibile), in quanto distraeva i ragazzini dalle attività serie. Un po’ come la TV e i videogiochi nei decenni successivi. La TV e i videogiochi hanno potuto imporsi grazie al clamoroso giro d’interessi economici: il piccolo schermo è stato addirittura istituzionalizzato, coronando a livello mondiale il sogno nazista di Goebbels e gli incubi di George Orwell; le console casalinghe hanno creato uno status, una dipendenza e quindi molto denaro. Il fumetto, al contrario, non ha avuto il potere di emergere oltre un certo livello perché la sua lettura implica comunque tre cose di cui la società moderna non vuol sentir parlare, ovvero:

(a) Una scelta consapevole - La TV basta accenderla, ed ecco che ti intrattiene, paradossalmente anche se non la guardi. Col fumetto devi uscire di casa e acquistarlo possibilmente dopo esserti documentato.

(b) Fruizione attiva - La TV viene subita dal telespettatore, anestetizzato e assuefatto fin dalla tenera età. Il videogioco finge interattività, mentre in realtà ti costringe a passare attraverso una serie di check-point di una storia ben precisa (spesso più avvincente delle sceneggiature di alcuni film, a essere sinceri) creata in precedenza, costringendoti a perdere ore e pazienza per collegare i vari snodi del racconto. Per leggere un fumetto sei costretto innanzitutto a prenderti il tempo di leggere, capire cosa sta succedendo, fare ipotesi e soprattutto colmare i vuoti temporali tra una vignetta e l’altra: un’operazione che moltissima gente è tragicamente incapace di compiere.

(c) Piacere della lettura – L’indice di alfabetizzazione in Italia è in costante riduzione. Pochi leggono, la scuola è stata smantellata da riforme troppo idiote per non essere volutamente idiote (un ignorante lo comandi a bacchetta molto meglio di uno che ha un’opinione propria, no?) tanto che i compiti in classe sono diventati test tipo metti una crocetta sulla risposta giusta, e quasi nessuno vuole più investire in qualcosa che rende attiva la mente del prossimo, se questo significa dargli la possibilità di imparare a operare delle scelte personali. E guardacaso ci siamo ricollegati al punto (a).

D’altra parte, c’è da dire che anche chi produce e importa fumetto ogni tanto dovrebbe dovrebbe frenare l’impulso di pubblicare proprio qualsiasi cosa: per anni abbiamo letto paccottiglia realizzata malissimo (parlo proprio di mestiere del fumetto, non di qualità intrinseca delle storie o dei disegni), che ha dato l’idea di un prodotto per minorati mentali. Quindi, è anche colpa del fumetto stesso e di chi lo pubblica. Il piacere della lettura viene smantellato anche da cose come questa, e dagli eccessi di proposte, fossero anche tutte ottime produzioni.

Seconda questione: la reale influenza nella cultura e nella società di un paese.
Il Giappone moderno è rinato sul fumetto. L’industria del fumetto (e di conseguenza quella dell’animazione) ha permesso al Giappone di rimettersi in piedi dopo la Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista del morale (non della morale, che è un’altra cosa), e quindi ha goduto dell’apprezzamento di tutti per decenni e decenni, tanto che intere generazioni sono potute crescere leggendo fumetti, e permettendo alle successive di fare altrettanto senza vessarle in continuazione. Su questo argomento mi permetto di consigliare la lettura di Tezuka Secondo Me, un romanzo-biografia a fumetti di Takao Yaguchi, che Kappa Edizioni ha pubblicato lo scorso agosto; e non ho timore di passare per quello che fa pubblicità, perché se valeva la pena di fare l’editore, valeva la pena di farlo anche solo per pubblicare questo libro.

Tornando a noi, ecco spiegato perché in Giappone il fumetto è un’industria che dà lavoro a centinaia di migliaia di persone, ha un fatturato capace di innestarsi fra i primi posti delle attività dell’intera nazione, ed è divenuto ufficialmente ambasciatore nipponico nel mondo.
In Italia questa funzione non l’ha avuta il fumetto o la letteratura o il cinema o l’arte, ma – ahinoi, soprattutto oggi – il calcio. Come tutti i paesi sottosviluppati e del terzo mondo (inutile mentire: se non lo eravamo, lo stiamo diventando… ma con giacca e cravatta e scarpe firmate! Che culo!) abbiamo delegato all’attività sportiva la funzione di elemento fondamentale per rivalerci nei confronti del mondo (visto che insieme a Germania e Giappone i cattivi della Seconda Guerra Mondiale eravamo proprio noi, anche se a scuola oggi non lo insegnano più). E tutto questo nonostante l’Italia sia stata per secoli e secoli la patria di geni e artisti che hanno influenzato il mondo intero. Abbiamo buttato tutto nel cesso per poter gridare “gol!” e andare a scannarci sulle gradinate di un moderno Colosseo in cui l’unica differenza è che i gladiatori moderni sono leggermente meno educati di quelli dell’Antica Roma.
Bella roba.

Gli Stati Uniti, invece, si trovano a metà strada fra Giappone e Italia, in questo caso. Da loro i fumetti sono stati molto usati anche per propaganda militare e politica negli anni di guerra (cioè, praticamente sempre), e quindi hanno goduto lunghi momenti di successo fra i bambini e di mediamente lunghi attimi di cordiale sopportazione da parte degli adulti. L’industria del comic book ha fatto in tempo a nascere, ma poi anche a crollare periodicamente. Negli Stati Uniti, fondamentalmente, se leggi fumetti a vent’anni sei considerato un nerd, a trent’anni moderatamente idiota, a quarant’anni strano, a cinquant’anni passi per un simpatico nostalgico (a cui sei autorizzato chiedere in prestito i gli albi vecchi, magari anche solo per fare lo sboròne con gli amichetti).

Poi, anche loro sono minati da Associazioni di Genitori nel Panico che attribuiscono ai fumetti ogni genere di danno arrecato al cerebro dei pargoletti; gli stessi pargoletti che i genitori rifocillano amorevolmente di grassi saturi, fritti e bevande a base di caffeina, e che ingozzano di psicofarmaci perché poi diventano iperattivi; che inneggiano alla guerra (ma solo quando è sul nostro lato del globo, fuori dai loro coglioni, lontano dagli occhi, lontano dal cuore); e che da grandi diventano carne da psicanalista o – se gli gira storta – se ne vanno a spasso nelle scuole a crivellare i compagni di classe perché si sentono privi di stimoli, poverini. E la responsabilità di queste cose, poi, viene attribuita ai fumetti.
Insomma, non è che se la passino poi proprio bene anche in America, col fumetto. Diciamocelo.

Puoi raccontarci qualche esperienza curiosa o incredibile che ti è capitata affrontando il tuo lavoro?
Una su tutte: quella di Monkey Punch che accetta l’idea che quattro sbarbi continuino le avventure del suo Lupin III in Italia, lasciandoci agire in quasi totale libertà. Come fai a non sentirti gasato e al settimo cielo, se ti capita una cosa del genere? Dopo aver seguito le avventure di un personaggio per anni e anni, ti trovi davanti al suo sorridente autore, nel suo studio, conversando amabilmente e a fare progetti insieme a lui… Davvero, spiegare la sensazione che si prova è impossibile.

E poi ci sono anche situazioni fintamente gradevoli, ma in realtà imbarazzanti. Ho scoperto troppo tardi che la rivista Italiago Kaiwa – di cui sopra – è seguita da una nutrita schiera di lettori nipponici, molto più di quanto mi aspettassi. Il fatto è che in un paese in cui quasi tutti leggono quasi tutto, la percentuale di gente a cui finisce in mano quella rivista è altissima. Di recente, durante gli incontri di lavoro per trattare i diritti di pubblicazione in Italia di alcuni manga, in ben tre casi mi sono trovato nell’imbarazzante situazione di essere riconosciuto e trattato con più rispetto del dovuto da parte dei miei interlocutori. E, ripeto, è imbarazzante perché in quel momento sei tu che vai chiedere qualcosa a loro, e in teoria dovresti essere in una posizione di svantaggio, diciamo pure su un gradino più basso. Anche questo è difficile da spiegare, ma chi ha avuto a che fare con situazioni di lavoro nipponiche, sa bene che è sempre meglio stare al proprio posto in una sorta di virtuale gerarchia; essere così emergente (per quanto microbica fosse la dose di popolarità di cui potessi godere al momento) in quella situazione mi esponeva troppo, mettendomi paradossalmente in difficoltà.

Poi ci sono aneddoti molto divertenti, a decine, e prima o poi mi sa che li racconterò tutti in altra sede. Qui proprio non ci starebbero.

La situazione italiana e la cosiddetta saturazione del mercato è reale, esiste davvero?
Certo, e per quanto mi riguarda lo dico da svariati anni, definendola una situazione bulimica. Qualche anno fa sembravo il profeta pazzo con tunica e barba lunga che appare in piazza la domenica mattina ad annunciare che la fine del mondo è giunta. Oggi tutti appaiono sorpresi e mi chiedono come facessi a saperlo. Bastava fare due conti già sette anni fa: io ho frequentato l’Istituto d’Arte, non ragioneria, quindi si trattava di calcoli alla portata di tutti.
Da anni viene pubblicato più di quanto il mercato possa assorbire, più di quanto un normale portafoglio possa sborsare, più di quanto il più sfegatato degli ultra-fan possa riuscire a leggere nell’arco di un mese (e qui parlo di addirittura tempo, non di denaro).

Per continuare ad avere spazio visibile nelle edicole e nelle librerie, le case editrici si vedono costrette ad aumentare la quantità di pubblicazioni mensili, amplificando così la portata del problema. E questo avviene anche per un’altra ragione: se non ti affretti a pubblicare i titoli migliori, lo farà sicuramente il tuo concorrente. E così tutti si lanciano alla rincorsa di serie iniziate da appena uno o due volumi, che nel giro di pochi mesi devono entrare in pausa per attendere che in patria vengano realizzate nuove storie… mentre in Italia i lettori si stancano di aspettare e abbandonano la serie! Sono davvero curioso di vedere come andrà a finire. Qualche anno fa noi avevamo provato ad arginare il problema facendo calare di cinque/sei mensili il parco testate Star Comics, invitando gli altri editori di manga in Italia a fare lo stesso (in proporzione, ovviamente) in vista di un futuro leggermente più stabile. Qualcuno invece se ne è approfittato, e in quell’occasione ha aumentato la quantità di titoli mensili. A quel punto abbiamo capito che il fair play non esisteva più, e quindi siamo stati costretti a fare altrettanto. Purtroppo pare che nell’editoria a fumetti sia il peggiore a fornire l’esempio a tutti gli altri, e quindi a guidare il trend generale. Quindi, man mano che si andrà avanti, aspettiamoci questo: al grido di «Perché devo essere proprio io quello che ci rimette economicamente?” accadrà che:

a) tutti gli editori adegueranno i propri prezzi a quelli dell’editore che realizza le pubblicazioni più costose;

b) tutti gli editori adegueranno la qualità delle proprie confezioni a quella dell’editore che stampa peggio o su materiali mediocri;

c) tutti gli editori inizieranno a interrompere le serie in corso nel caso in cui i primi numeri non diano i risultati sperati;

d) tutti gli editori andranno a caccia unicamente della hit del momento senza più dedicarsi alla ricerca di effettive novità interessanti;

Come biasimarli, dopotutto? La quantità di lettori di manga è almeno raddoppiata, dagli anni Novanta, ma il numero delle pubblicazioni è decuplicato. Quindi, a parte i successi filo-televisivi del momento, tutti vendono una piccolissima percentuale di quanto in realtà potrebbero.
Ma tanto non ne usciamo, garantito: tutti pensano solo a mettere in salvo l’argenteria, andare avanti un altro annetto, altri sei mesi, altri trenta giorni, e poi si vedrà.

Nei prossimi anni (segnatevelo, mi raccomando) assisteremo al crollo definitivo del mercato del manga in Italia. Ma non preoccupatevi: sarà anche un bene! Per risistemare le cose, c’è sempre bisogno di un bel periodo di crisi. Quando Dylan Dog riportò i lettori in edicola, negli anni Ottanta, venivamo da un periodo di magra fumettistica pazzesca. Quando Dragonball convinse anche i bambini che leggere un fumetto era un’attività gradevole, negli anni Novanta, i manga erano la nicchia di una nicchia.

Quindi prepariamoci: un po’ di digiuno ci farà benissimo, e quando ricominceremo – tre o quattro anni dopo – a trovare in edicola appena una decina di manga, li gusteremo molto di più.
Ammettiamolo: oggi anche i fan più impenitenti sono stanchi e disorientati. E hanno ragione.

Cosa ne pensi dei siti web del settore come Comicsblog?
Penso che siano la naturale evoluzione di quello che una volta erano le fanzine, quindi va benissimo che esistano e continuino a fare il loro lavoro. D’altra parte tutti gli attuali redattori e autori (e alcuni editori) hanno iniziato proprio nel mondo delle fanzine. E’ cambiato il supporto, ma il succo è sempre quello.

C’è però da fare anche qui una serie di considerazioni.
Molto spesso i siti web specializzati captano voci di corridoio da non si sa dove, ci costruiscono su una news che viene diffusa all’istante – spesso senza una verifica alla fonte – e poi lasciano agli editori il problema di sbrogliarsela coi lettori. Peggio, molti dimenticano (volutamente?) di dare smentite nel caso la notizia diffusa si fosse rivelata una bufala.

La comodità di internet ha generato anche questo: le notizie corrette e quelle inventate viaggiano alla stessa velocità, perché ormai la corsa alla news d’effetto è divenuta la cosa più importante anche in rete. E così, paradossalmente, anche nel regno della libertà di parola, finiscono per prosperare novelli giornalisti – che redazionalmente chiamiamo amabilmente “cagnetti bercianti della disinformazione pubblica” – minando internet nelle sue fondamenta.

La qualità principale di internet è quella di essere una fonte di informazione da pari a pari, che non ha bisogno di denaro per sopravvivere e può parlare chiaro e tondo senza timore che qualcuno prima o poi tagli i fondi o censuri chi scrive. Se i siti internet specializzati iniziano a comportarsi come i quotidiani e i telegiornali, allora è finita prima di cominciare. E, per quello che vedo, la direzione intrapresa da molti è tragicamente questa. Chi ha una certa età e ha iniziato a usare internet poco alla volta sa bene come moderarsi, e che una delle regole del giornalismo è sempre verificare le notizie prima di diffonderle.

Chi invece è nato quando internet c’era già, dà per scontato che una notizia che appare su un sito sia sempre vera, specie se appare prima di un’altra. Non solo: poi scrive incazzato all’editore se per caso la versione ufficiale non collima con quella fasulla. E’ una cosa che ha dell’incredibile, ma è così. Ricorda tanto quelli che anni fa dicevano «Ti giuro, è vero: l’ha detto la TV!»

Io per qualche anno sono stato un assiduo frequentatore di siti, ma non tanto per raccogliere informazioni (d’altra parte, a noi giungono dalla fonte più diretta possibile), bensì soprattutto perché ero allarmato dal fatto che potessero essere diffuse notizie inesatte o incomplete: dopo qualche tempo, però, mi sono reso conto che è come cercare di svuotare l’oceano con un mestolo da cucina. Fare una cosa del genere porta via molto tempo, e alla fine dei conti se un lettore intelligente vuole conoscere la notizia esatta, o si affida ai siti che riportano i comunicati ufficiali (oltre alle recensioni di chi gestisce il sito stesso), o scrive direttamente all’editore per conoscere il suo parere e i suoi programmi ufficiali. Se uno non ci arriva da solo, temo che dovrà rassegnarsi a non essere mai al corrente della realtà dei fatti, e navigare in un oceano di se e di ma fino a naufragare.
E poi ci sono i forum.
In particolare, i forum privi di moderatori.

Sempre in quel periodo mi sono fatto trascinare in un paio di lunghe discussioni, e benché all’inizio la cosa mi abbia divertito, alla lunga ho scoperto che non ne vale la pena. Chi vuole chiacchierare di manga e anime, faccia pure, ci mancherebbe altro. Intendo solo dire che non ha alcun senso che noi addetti ai lavori ci inseriamo nelle discussioni dei lettori. Dopo esserci passato di persona, consiglio dunque a tutti i novelli (ma non solo) redattori, traduttori ed editori di rassegnarsi al fatto che agli occhi di un fan saranno sempre e comunque “l’altra parte della barricata”, e che verranno visti come l’estabilishment, o in alcuni casi addirittura come “il nemico”: qualsiasi cosa possiate dire o fare, all’interno di un forum può essere rigirata come un calzino, decontestualizzata, vista sotto la luce di convinzioni personali, ridicolizzata. Un vostro errore (rassegnatevi, siete umani: ebbene sì, ogni tanto commetterete errori) cancellerà di botto anni di onorata carriera.

E voi che al vostro lavoro ci tenete, rischiate di farvi ferire inutilmente, oltre che perdere lunghe ore di prezioso lavoro (o riposo) a cercare di convincere qualcuno della vostra buona fede e del vostro impegno, mentre in realtà quel qualcuno sta godendo come un matto nel farvi impazzire. Fidatevi: fateci una risata su, e lasciate perdere. Chi ve lo fa fare di rincorrere l’approvazione di gente del genere? Esistono decine di migliaia di lettori che apprezzano il vostro lavoro, e fra di loro ce n’è qualche centinaio in grado di farvi complimenti e critiche serene: ascoltate solo loro, perché annidato in quel centinaio si trova anche gente che può esservi molto utile. Grazie a questo modo di agire, per esempio, io sono riuscito a trovare nuovi validi collaboratori fra coloro che ci hanno portato idee e hanno dimostrato di avere capacità concrete, non certo tra quei pochi casi clinici che hanno dimostrato solo la loro incondizionata-ostilità-a-qualsiasi-costo-tanto-per-farsi-un-LOL-a-vostre-spese: sono insoddisfatti della vita, e vanno trattati con delicatamente, come cuccioletti intirizziti sotto la pioggia, non come criminali.

Bisogna averne compassione e cercare dare loro tanto amore e calore umano, di cui sono sicuramente privi nella loro vita senza tastiera. D’altro canto, poi, ricordatevi che i nuovi collaboratori validi trovati fra i lettori, dopo essere passati “dall’altra parte della barricata” riceveranno a loro volta complimenti, ma anche critiche: quindi avvertiteli prima! E’ normale, funziona così ovunque, specie quando il tuo lavoro culmina nella fruizione da parte di un pubblico.

In definitiva, è meglio evitare tentare di far contenti tutti cercando di salvare capra e cavoli (davvero impossibile, garantito: basti pensare che anche fra chi vi critica si creano poi fazioni che si danno addosso a vicenda) e cercate semplicemente di fare il miglior lavoro possibile, basandovi sulla vostra esperienza e sensibilità, mettendo in conto le esigenze dell’autore e dell’editore originale prima di qualsiasi altra cosa. Dopotutto, il dietro le quinte lo conosciamo solo noi addetti ai lavori, e non si può pretendere che il pubblico intuisca quali problematiche ci siano all’origine di ogni nostra (spesso sofferta) decisione. Dopotutto abbiamo deciso noi di fare questo mestiere, quindi rassegnamoci a beccarci la nostra dose quotidiana di merda a cuor leggero.

Voi dei siti d’informazione, dunque, continuate a fare il vostro lavoro di divulgazione internettara, eventualmente anche ad attaccare quando ritenete che un editore non abbia fatto la cosa giusta, cercando però di dare a tutte le campane lo stesso peso: ricordatevi che dietro le case editrici nella maggior parte dei casi ci sono prima di tutto appassionati che sono passati dall’altra parte della barricata per permettere ad altri fan di leggere quello che anche loro amano, e che trovandosi spesso con le mani legate da burocrazie nazionali e internazionali di ogni genere (oltre che da costi di produzione sempre più alti e imposizioni distributive degne di un campo di concentramento) non possono muoversi al di fuori di quello che viene loro imposto, spesso anche per contratto. Molti di quelli che, protetti dall’anonimato, criticano (e a volte incivilmente insultano) editori e collaboratori vari, non riuscirebbero a sopravvivere nemmeno un mese all’interno di una redazione. Quel genere di elementi sono talmente pieni di sé, ricchi di certezze incrollabili, da non rendersi conto di essere divenuti la causa principale della scarsa comunicazione tra editori e lettori: criticando in continuazione tutto (e il contrario di tutto!) hanno talmente esasperato gli operatori del settore da renderli insensibili – peggio: impermeabili – nei confronti di qualsiasi richiesta.

Quindi, sappiate che avete una grande responsabilità, voi che gestite siti d’informazione sul fumetto. E’ a seconda del vostro grado d’informazione e moderazione che avete la possibilità di carpire l’attenzione dei vostri fruitori, ma soprattutto di convincerli a seguirvi e ad avere fiducia in voi. E avete soprattutto la responsabilità di evitare la nascita di folte schiere di qualunquisti, cioè quei sedicenti ‘fan’ che in realtà non fanno altro che spegnere l’entusiasmo degli aspiranti nuovi lettori nei confronti del fumetto.
Paura, eh?

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