Comicsblog intervista Milo Manara parte 1


All'interno del Venice Comic Art Fest Comicsblog ha avuto la fortuna di incontrare il maestro del fumetto Milo Manara. L'incontro è stato molto emozionante e estremamente arricchente, il frutto di quella conversazione è l'intervista che vi apprestate a leggere, il profilo che abbiamo scelto di dare a questa intervista ha posto l'attenzione sui lati meno conosciuti del maestro veronese: la sua giovinezza artistica, i suoi gusti letterari e il rapporto con gli sceneggiatori con cui ha collaborato. Per motivi di leggibilità abbiamo infine optato per una divisione in tre post che usciranno in giorni successivi. In particolare Comicsblog ringrazia Francesco Verni ( direttore artistico del festival ) per la disponibilità e l'occasione offertaci, e Francesca Sanfilippo ( fotografa e designer) per la foto messa a disposizione del nostro blog.

Comicsblog: Inizio ringraziandola a nome della nostra redazione e di tutti i nostri lettori per averci concesso lo spazio per questa intervista. Ieri durante l'incontro presso l'accademia di Belle Arti citava i suoi studi giovanili e l'iscrizione alla facoltà di architettura, pertanto terrei particolarmente a iniziare esplorando le zone meno conosciute del suo cammino artistico; volevo infatti infatti sapere come è avvenuto la transizione da studente di architettura a disegnatore di fumetti, quando e come ha compiuto questo passo?

Manara: E' stato un passsaggio molto complesso legato soprattutto al clima di quei tempi, era il '68, ed io, come gran parte degli studenti miei amici, partecipavo alle contestazioni studentesche. A dire il vero eravamo molto più interessati all'arte che alla politica; infatti l'oggetto della nostra contestazione in piazza san Marco era la biennale, con in prima fila, in questa ribellione, il pittore Emilio Vedova. Le parole d'ordine erano " No all'arte dei borghesi!No all'arte dei padroni! ". Però contemporaneamente ci si rendeva conto che gli artisti, sopratutto chi si occupa di arte figurativa, avevano come unico interlocutore proprio quella borghesia che contestavano; il proletariato, siccome si ragionava in questi termini dialettici, non era assolutamente interessato all'arte figurativa; anche se si proponevano, ad esempio, di allestire delle mostre nelle fabbriche. In sintesi si sentiva molto profonda una nuova problematica per gli artisti: non avere un ruolo sociale, si rischiava infatti di rimanere chiusi in una cerchia, di fare un lavoro che non toccasse la vita delle persone.

Questa crisi era sentita tanto dagli artisti già affermati, quanto da noi studenti, che, per così dire, ci preparavamo a diventare artisti, e che vedevamo davanti a noi un futuro tutt'altro che roseo.Proprio in quel periodo, lavorando presso lo studio di uno scultore, ho scoperto i primi fumetti per adulti come Barbarella, o Jodelle di Guy Peellaert ( quest'ultimo un fumetto pop veramente interessante) o la Saga di Xam e poi anche il fumetto underground americano. E in quel momento mi si è aperto un universo; in casa mia i fumetti erano vietati, essendo figlio di una maestra che vedeva i fumetti come qualcosa di diseducativo, per cui la mia è stata proprio una scoperta adulta e matura. Il fumetto con la sua struttura seriale rappresentava un veicolo perfetto per la nostra società massificata, per dare la possibilità ad una persona, che volesse disegnare, di avere un ruolo nella nostra società che fosse riconoscibile a livello sociale.

Un ruolo che non dipendesse quindi dalla stima di critici o galleristi ma dal pubblico stesso. I mezzi di comunicazione parlano infatti di arte contemporanea solo in caso di particolari scandali, come avvenne con Cattelan e i manichini impiccati di fronte alla triennale, oppure nel caso di un'asta a cui un quadro venga venduto ad un prezzo molto alto. Gli artisti e l'arte figurativa in conclusione non hanno un ruolo sociale mentre il fumetto, a mio avviso, è uno dei pochi mezzi, per chi ami disegnare, per parlare a tutta la società.

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