Comicsblog intervista Milo Manara parte 3


Si conclude l'intervista a Milo Manara da parte di Comicsblog; se vi siete persi la prima e la seconda parte cliccate sui link relativi. In questa ultima parte si è sottolineato il rapporto del maestro Manara con i vari sceneggiatori con cui ha collaborato nel corso degli anni. Ci ritroviamo in ultima battuta a ringraziare il maestro veronese per l'interessantissima conversazione che ha portato alla composizione di questa intervista.

Comicsblog: Come ultima domanda le volevo chiedere come varia il suo modo di lavorare quadno riveste il ruolo di disegnatore per un altro sceneggiatore rispetto a quando è lei stesso autore di testi e disegni.

Manara: Il mio approccio cambia, cambia moltissimo. In primo luogo quando iniziai ad occuparmi di fumetti ho deciso di essere un autore, ed è stato solo per questi particolari sceneggiatori che io ho scelto di mettermi a disposizione come disegnatore. Cambia moltissimo, dicevo, perché in questi casi sono chiamato a mettermi totalmente al servizio dello sceneggiatore, quindi devo in tutti i modi valorizzare la sua storia, senza crearmi eccessivi spazi di autorialità. Invece quando sono autore dei testi pongo una particolare attenzione nel creare dialoghi semplici e efficaci, perché negli anni mi sono reso conto di come, se uno non è attento nella composizioni scritte, nelle traduzioni talvolta si perda il senso delle battute. Mi sono, a tal proposito, capitate delle cose assurde: una volta una storia è stata pubblicata in Italia dalla traduzione di un’edizione spagnola, a sua volta tradotta dal francese,e nessuno aveva pensato di chiedermi la sceneggiatura originale italiana, che io avevo a casa! Questo albo, frutto di traduzioni sequenziali, come è facile immaginare, aveva quasi del tutto perso il senso dell'originale!

Non sono quindi portato a dare un peso “poetico“ alla scelta delle parole, privilegio, invece, il loro essere funzionali alla narrazione; in questa scelta mi discosto da alcuni autori che amo molto come Pazienza e Scozzari, quest’ultimo, in particolare, componeva dei testi talmente belli da rendere superficiale il disegno. La scelta di non privilegiare eccessivamente i testi deriva anche dai miei gusti di lettore; trovo infatti che alcune storie, dai dialoghi accattivanti, vengano rovinate da didascalie troppo pesanti: se un autore spende troppe parole allora il disegno non esercita più la sua funzione affabulatoria.

Nelle collaborazioni con altri autori l'approccio, nel corso degli anni, è cambiato molto da autore ad autore. Con Fellini lavorare era molto complesso: si partiva da una sua storyboard, da cui io dovevo trarre un primo fumetto, che veniva corretto dal regista ed infine ri-disegnato da me una seconda volta. Nel caso di Pratt, Jodorowski e Cerami è stato invece molto più facile: mi veniva inviata la sceneggiatura e poi avevo la totale libertà di mettere in scena la storia da loro raccontata. Con Jodorowski l'unica difficoltà è stata quella di rapresentare alcune scene particolarmente cruente, che non sono nelle mie corde di disegnatore.
Mentre nel caso di Pratt è stato facilissimo, le sue sceneggiature, vergate a mano, erano corredate da alcuni suoi disegni che mi permettevano di rappresentare oggetti che non conoscevo, come le ciotole per il Mate o l'Asado ne Il Gaucho.

Quando sono autore, in conclusione, pongo molta attenzione alla scelta del soggetto, favorendo il disegno alla composizione dei dialoghi, il mio compito è infatti raccontare per immagini; mentre quando sono solo disegnatore il mio compito è di pormi a totale disposizione dello sceneggiatore, valorizzando come meglio posso la sua storia.

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