Dylan Dog #270 - Il Re delle Mosche


Un numero di Dylan Dog ambientato in un dipartimento di Chimica, con la sceneggiatura di Giovanni di Gregorio e i disegni di Luigi Piccatto, non poteva di certo passare inosservato a Comicsblog; fosse anche per la sola ambientazione non ci si trova di fronte ad un albo anonimo, ma andiamo con ordine...

Sinossi:Nel dipartimento di chimica dell'università di Londra avvengono una serie di omicidi di natura misteriosa, Dylan viene assunto dalla giovane Rose per indagare su questi crimini, ed in particolar modo sul professore Skinner, che dal suo comportamento ambiguo e da un alone misterioso viene rappresentato come Belzebù in persona.

L'ultimo di Dylan Dog mescola elementi vecchi e nuovi della serie: un inserto onirico, un racconto iniziale non veritiero, la solita gag tra Groucho e la cliente; in un certo senso tutto ciò che potremmo aspettarci dalla serie tradizionale, senza eccessi di buonismo o misteri in stile Martin Mystere.
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Punto forte di questo volume è l'ambientazione universitaria, ricca di spunti reali e mai banali, da cui si evince come Di Gregorio conosca realmente il mondo accademico, riprendendo nel volume i mille screzi e dispetti del mondo della ricerca; purtroppo questo aspetto della vicenda viene presto abbandonato a favore di uno svolgimento più tradizionale, in cui il cattivo Skinner è rappresentato con connotazioni talmente malvagie da farci supporre che non sia di certo lui il motore degli omicidi su cui Dylan deve indagare, conducendo così un finale doppiamente scontato.

I disegni di Piccatto sono a mio avviso indifendibili, si può capire la ricerca di un ritaglio di autorialità all'interno della serie, ma in alcuni casi sono proprio sbagliati o mal tratteggiati ( Rose credo sia la cliente di Dylan meno attraente di tutti i 270 volumi); le tavole abbassano molto il livello medio della testata, che nel bene o nel male è sempre disegnata ad altissimo livello, e peggiorano notevolemnte l'effetto scenico della vicenda.

Ho trovato felice la ripresa di topoi tipici dell'era sclaviana e dei primi soggetti di Chiaverotti, rimane però un senso di già visto nella bocca del lettore, avrei preferito si spingesse una volta tanto sull'ambientazione, che, mai come ora, sembra essere un "oggetto non identificato", distante dall'horror delle prime serie, ma senza profilare una svolta realista o esoterica; come sempre quando recensisco Dylan Dog mi trovo ad attendere tempi migliori, e consiglio l'acquisto di Dampyr e Brendon che ultimamente sono le due serie, di casa Bonelli, che hanno raccolto maggiormente l'eredità dilandoghiana.

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