
Non servono tante parole per descrivere una notizia così tragica come quella che riguarda il terribile terremoto (un sisma di magnitudo 6,7 della scala Richter) che questa notte ha colpito in particolare una regione fragile come l’Abruzzo. In questo momento si parla di oltre 90 morti, tantissimi dispersi e 50.000 sfollati.
Le parole troppo spesso non sono costruttive. In questo momento c’è bisogno di tanto coraggio, di tanta forza e di impegno. In mezzo alle strade frastagliate c’è la gente, c’è la disperazione, c’è la morte. La natura ha deciso di non riposare questa notte, ha deciso di mostrare quel lato del suo carattere capriccioso ed incontrollabile. Minuto dopo minuto arrivano aggiornamenti da questa terra insanguinata. Non possiamo tappare le orecchie e rivolgere i nostri pensieri ad altro. La scossa, con la sua violenza, sta penetrando il cuore di tutta l’Italia, di tutti i nostri fratelli. Cinque bambini non potranno più sognare… tanti altri vivranno a lungo di incubi. Dalla zona del sisma mi sono arrivate le parole di un caro amico; sono sufficienti per descrivere il caos emotivo (e non solo) che sta dilagando: “Qui c’è una situazione inverosimile“.
L’immagine che ho scelto per citare questa tragedia è tratta da una graphic novel di Paolo Cossi, Il terremoto del Friuli (edita da Becco Giallo). Vi consiglio di leggere le tavole offerte in anteprima, veramente molto toccanti ed evocative, cliccando qui. L’opera viene presentata così: Nel 1976 per 57 interminabili secondi una scossa di 6.5 gradi Richter semina terrore e distruzione in Friuli. Quasi un migliaio i morti e un tessuto economico, sociale e geologico completamente distrutto. Paolo Cossi, friulano, consegna un lavoro di grande spessore umano che non si limita solo a raccontare il terremoto, ma ce lo fa vivere con le piccole storie quotidiane di quelli che sono i protagonisti di questa storia: gente comune, con i loro guai, i loro piccoli tradimenti, sotterfugi, le viltà di cui solo gli essere umani sono capaci. Perché un terremoto non scuote solo la terra sotto i nostri piedi, ma soprattutto le nostre anime fragili.
Per finire ecco la testimonianza (grazie a Repubblica.it) di uno studente. Le sue parole mi hanno messo i brividi, tanto quanto la visione desolante delle immagini che in questo momento stanno scorrendo nei servizi dei telegiornali nazionali.
L’AQUILA - “Sono rimasto per tre ore sotto le macerie. Non riuscivo a liberarmi. Fortunatamente due travi hanno impedito al muro di crollarmi addosso”: Guido Mariani, 23 anni, studente di ingeneria elettronica, ha gli occhi sgranati per lo shock, le mani e le ginocchia piene di lividi ed escoriazioni che si è procurato quando i soccorritori lo hanno estratto da una montagna di detriti. Accanto a lui il cadavere del suo amico e coetaneo con cui divideva l’appartamento da due anni, nel centro dell’Aquila, in via XX settembre, la zona più colpita dal sisma di stanotte. “I soccorsi sono arrivati dopo più di tre ore”, accusa Guido, mentre il padre della vittima si inginocchia a pregare davanti alla salma del figlio: “Questa è una città piena di caserme eppure mi hanno tirato fuori i cittadini scavando a mani nude. Gridavo e invocavo aiuto”, continua il giovane studente, “sentivo il mio cellulare squillare ma non riuscivo a raggiungerlo. Finalmente si è aperto uno spiraglio, delle mani si sono sporte, mi sono aggrappato e sono venuto fuori. Nella palazzina dove abito c’erano una ventina di appartamenti. Non so quanta gente è ancora lì sotto. Di fronte una scena da incubo: soccorritori scavano con le pale a mani nude, spostando i detriti alla ricerca di corpi o superstiti”.
geosimo
06 apr 2009 - 12:33 - #1Ciao a tutti. Veramente difficile riuscire a pensare ad altro in momenti come questo. Sono un geologo e personalmente credo che proprio in occasioni come questa, ci rendiamo veramente conto di quento piccoli siamo nei confronti della natura, di Madre Natura. Siamo riusciti ad andare sulla Luna, ma ancora ci troviamo in panne quando un “piccolo” movimento sotto i nostri piedi fa cadere tutto ciò che abbiamo, fa crollare le nostre convinzioni ed il nostro futuro. E l’impossibilità da parte di noi “addetti del mestiere” di prevedere simili eventi, mi fa sentire in un certo senso “colpevole” verso le migliaia di persone che purtroppo ci lasciano ogni anno in tutto il mondo a causa dei terremoti. La speranza è che un giorno si possa fare qualcosa in questo senso, ma per ora possiamo solo rimanere a guardare.