Recensione - Blutch, Per farla finita con il cinema

Il francese Blutch è stato tra i protagonisti di Bilbolbul 2012. L'incontro con il pubblico e la mostra dell'autore - che resterà aperta fino all'8 aprile - ruotavano in gran parte intorno all'opera recentemente pubblicata da Coconino: Per farla finita con il cinema. Disegnato con uno stile che va dal bozzetto al ritratto naturalista o espressionista, attraverso sette diversi passaggi di tonalità di bicromia, che informa l'intero libro, è uno dei fumetti più rappresentativi dell'arte di Blutch, nonostante sia meno "corposo" e ambizioso di un'opera come Peplum, da noi ancora inedita.

A partire dal bellissimo titolo, "Per farla finita con il cinema" si presenta come una personale resa dei conti dell'autore con la sua ossessione più antica e duratura. In un flusso di coscienza, a tratti delirante, Blutch si mette in scena nell'atto di rievocare la sua formazione cinefila, il suo amore per certi attori che considera immortali, le sue riflessioni sul cinema come medium e ibrido tra arte e intrattenimento di massa. Il confronto serrato si intreccia con i rapporti, morbosi o idealizzati, con l'altro sesso. Ben presto il cinema si delinea appunto come un immaginario che si inscrive in questo binomio simbolico, fatto di paura e desiderio: il cinema è donna e la donna è il principale "feticcio" del cinema, anche di riflesso - attraverso le figure dell'uomo rude, dell'eroe western, oppure del fascino metamorfico di Burt Lancaster, ritratto in una tavola suggestiva nelle sue principali interpretazioni (niente titoli, solo il nome del regista sotto ogni ritratto, come a dire "Burt Lancaster secondo...").

Il cinema per Blutch è quindi legato all'infanzia e all'adolescenza, stagione in cui esplode la sua passione cinefila, alla donna, all'arte figurativa e quindi in parte al suo lavoro di fumettista. Tutto ciò contribuisce a fare della settima arte il fulcro nodale del proprio immaginario. Perché si avverte allora la necessità di chiudere i conti col cinema, di farla finita appunto una volta per tutte? Perché gli amori sono svaniti o si sono complicati, l'infanzia e l'adolescenza sono perdute, il fumetto stesso sembra una sorta di coazione a ripetere, un rievocare e combattere il tempo. Ecco la funzione definitiva di un'arte eminentemente temporale. "Il cinema è la morte al lavoro sull'attore", diceva Jean Cocteau, e Blutch non si capacita della morte di Paul Newman: "Impossibile, ci penso ogni giorno!"

Una delle riflessioni più interessanti è dedicata proprio a questo aspetto del cinema, all'occhio freddo e implacabile della macchina da presa che registra l'invecchiamento, il lento deterioramento del volto dell'attore, fino alla sua scomparsa. Quasi un'umiliazione del mito stesso, immolato al cinema, stritolato dalla macchina della produzione industriale, al servizio dell'evasione e dell'intrattenimento di massa. Il cinema crea i miti e li distrugge, dispensa illusioni di eternità e poi le calpesta impietosamente. Blutch è abilissimo nel disseminare il suo racconto di queste digressioni e riflessioni senza perdere il centro, prettamente evocativo, del racconto. Che ovunque si muove tranne che nei binari della narrazione tradizionale, piuttosto lasciandosi trasportare da uno stile rapsodico, fatto di lampi, "improvvisazioni", ricordi e parentesi oniriche. Tra queste, il criptico Ritratto di Luchino Visconti - Frammento della vita dell'artista in sette vignette, capitolo tra i più simbolici del libro, insieme a Un Robinson svizzero, che illustra l'incontro tra un Robinson a cavallo e Godard nell'atto di pescare, in un melmoso fiume di scarico d'un complesso industriale, pesci che si decompongono appena fuori dall'acqua.

Qui sta quello che potrebbe essere considerato il limite del lavoro di Blutch, ma che rappresenta invece un punto di forza. La volontà di non essere fino in fondo leggibile, di sottrarsi a una forma-fumetto, che nel momento in cui si propone come riflessione piuttosto che come narrazione rischia la piega didascalica. Per restituire la forza evocativa del cinema, o quantomeno il suo "fantasma", bisogna allora liberare le immagini, lasciare che esse dispieghino tutta la loro fascinazione sensuale, ma soprattutto la loro sostanziale ambiguità e la capacità di condensare archetipi. Non avrebbe senso criticare il cinema come massima espressione della "società dello spettacolo", macchina che consuma corpi e mitologie come fossero merci, senza riconoscere il potere pervasivo e ammaliante del suo immaginario. Che di per sé è sfuggente, conserva tutto sommato qualcosa di non codificabile.

Si riconosce questa natura nel rapporto chiuso, privato che ogni cinefilo instaura con l'oggetto filmico e che lo stesso Blutch rivela di sé, sfrangiando i contorni della cornice autobiografica in qualcosa d'altro: confessione, riflessione, messa in discussione di sé e delle proprie ossessioni. Tanto che al termine il protagonista, questo doppio dello stesso Blutch, immagina le proprie donne conquistate dai suoi divi, come Michel Piccoli, mentre lui si ritrova nudo, solo, ridicolizzato mentre sfoggia il suo sapere cinefilo. Il finale abrupto, poi, con l'ultima vignetta che cita apertamente la fine di Intrigo internazionale di Hitchcock, lascia intendere un destino, quello di restare soggiogati dalla forza dell'immaginario, del simbolo e del desiderio che vi si nasconde. Insomma è davvero dura farla finita con il cinema.

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