Comicsblog intervista Maurizio Rosenzweig parte 1

I lettori di John Doe ricorderanno Maurizio Rosenzweig come il disegnatore dello sconvolgente numero 67 Una volgare Dimostrazione di Potere ( a molti altri della serie); gli amanti del fumetto indipendente come l’autore dell’autobiografico e surreale Davide Golia, i lettori di Pinchetts come l’autore dei disegni di Laida Odius e I Sogni di Pinchetts...

Maurizio è un autore a tutto tondo; se si cimentasse come colorista ed editore potrebbe aver rivestito tutti i ruoli che il mondo del fumetto offre! Noi di Comicsblog abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo all’interno della mostra il Tratto della Morte presso il museo Bernareggi di Bergamo; da quell’incontro è nata l’idea di un’intervista che si concretizza in queste pagine.

Comicsblog: Inizio come di rito ringraziandoti a nome della redazione e dei lettori per l’occasione che ci hai offerto, e vorrei partire dai tuoi ultimi lavori, ovvero la collaborazione con John Doe: come sei giunto a lavorare sul personaggio di Roberto Recchioni? Cosa ha comportato per te passare dalla libertà totale dei tuoi lavori ( penso alle tavole aperte di Davide Golia) alla griglia dei fumetti seriali?

Maurizio: Lavorare con Roberto è stato come una rivoluzione. Mi sembra di avere iniziato davvero a fare fumetti solo in quel momento, quando mi hanno chiesto di disegnare per la serie.

Certo, li facevo anche prima, ma l’idea che ne ho è che ho sempre usato quel media per raccontare delle Mie storie; l’uso delle vignette, il movimento della regia, la recitazione dei personaggi…mi veniva dal cinema. Il tutto confluiva nell’uso che facevo del Linguaggio Fumetto! Perché è un linguaggio. Internazionale. Più dell’inglese!

Comunque sempre da autodidatta, il mio modo di fare fumetti è sempre cresciuto parallelamente ai miei sviluppi culturali, emozionali. I libri di Davide Golia sono come delle sedute di AutoAnalisi, dove prendo in questione un po’ di tutte quelle cose delle quali sono fatto. John Doe, invece, è un fumetto diverso… per certi versi più difficile, per altri più convenzionale.

Non devo fare un lavoro di introspezione, ma devo comunque stare attento a capire atmosfere e sensazioni che non escono da me, e di conseguenza sono fatte di dinamiche alle quali devo prestare un orecchio più attento.

Essere amico di Roberto ha facilitato sicuramente questo contatto, ma è stato comunque un imparare un modo nuovo di lavorare. Mi hanno lasciato molta libertà, in ogni caso, anche se mi ricordo che all’inizio della lavorazione del numero 21 ero stato invitato a disegnare “meno”, vale a dire ad arzigogolare meno il disegno di quanto avrei fatto su uno dei miei lavori…

È stata una richiesta che mi ha disorientato, ma è stata anche la prima lezione che mi arrivava da quella nuova sQuola.
Il mio numero preferito, che vi invito a leggere è il 38: Margherita. Il primo che ho scritto, nel quale John arriva a Milano e incontra Davide Demonico.

Comicsblog: Parlando sempre di John Doe mi sembra tu abbia un approccio molto ironico alla serie; come Sergio Leone nel film il Colosso di Rodi mostrava volutamente la finzione degli oggetti di scena, anche tu lavori al limite del parossismo con onomatopee e linee cinetiche, quasi a mostrarci la natura fittizia del media fumettistico; condividi la mia breve disamina? Che rapporto hai con questo personaggio? Come è cambiato John Doe nella versione che tu ci offri come sceneggiatore?

Maurizio: John mi è simpatico, ma come un personaggio che vedrei in un film. Non so se andremmo d’accordo, dovessi averci a che fare. Mi piace Pestilenza.Riguardo l’uso delle caratteristiche grafiche più immediate del fumetto, sì…penso tu possa averci visto giusto…

Mi piace usare le onomatopee nel modo più espressivo possibile, mi piace poter giocare con gli spazi bianchi delle vignette e dare un’inconsueta importanza a queste lettere giganti che solo all’apparenza allontanano dal fumetto realistico; in realtà celebrano, il realismo, esasperandone le dimensioni, i suoni. Le onomatopee sono importanti quanto gli sfondi, in un certo tipo di fumetto.

Sulla natura fittizia del media, non so… io funziono meglio lì, nelle storie che racconto che nella realtà. Faccio fatica a convincermi che la realtà abbia più senso di un mondo inventato da me, nel quale poi nessuno muore veramente e la politica non si annusa neanche per sbaglio…

Poi chiunque percepisca la realtà con i propri mezzi la limita, rendendosela fittizia…mi pare che non ci siano altri modi…È una cosa sulla quale insisto anche a scuola.

La fantasia è limitata ai nostri gusti, alle cose che ci hanno toccato; la realtà è sorprendente, perché così poliedrica e varia che è impossibile da conoscere tutta, e sarà sempre più vasta di quello che abbiamo davanti ai nostri occhi, davanti alle nostre emozioni. Per quanto riguarda John Doe, lui è una delle creature di Roberto e Lorenzo, e sono certo che quando ne scrivono loro, lui è al massimo della sua forza.

Quando lo racconto io, sicuramente ne perdo degli angoli, lo uniformo ad una mia ricerca che porto avanti sui personaggi che scrivo o su quelli che mi colpiscono, e lo allontano da quelle che sono le direttive caratteriali principali.Per me è una specie di James Bond, meno elegante e più americano, chiassoso. In Margherita lo vedevo come un figo, ma senza poesia.

Ecco: nei miei personaggi mi piace raccontare tutta una mia poetica dell’uomo che mi sa che non c’entra molto con il personaggio. Calcola che io non leggo molti fumetti, e magari è un problema su caratteri di questo tipo. E poi Roberto e Lorenzo sono veramente bravissimi. Sto cercando di imparare qualcosa.Vediamo che succede.

Comicsblog:Come autore il tuo tratto distintivo appare molto autarchico, trovo difficile trovare anche solo dei riferimenti ad altri autori nelle tue opere, eppure il tuo stile è molto distante da altri media culturali come il cinema o l’illustrazione, per assurdo sembra che il tuo stile poco “fumetto-filo” ti abbia portato ad un linguaggio proprio solo del fumetto. Quali sono le radici del tuo stile, sia narrativo che grafico? Quali i riferimenti culturali ( cinema, fumetto musica) che ti hanno fondato nel tuo cammino artistico?

Maurizio:Non ho mica ben capito che intendi… E’ vero che non ho una grande cultura dell’immagine; non amo le illustrazioni e non riesco ad andare alle mostre. Tutta roba che mi piace moltissimo, certo, come certi illustratori giapponesi o certi pittori come Blake o Fusli, ma poi li rimuovo.

Invidio disegnatori come Alberto Ponticelli, che continuano a mantenere contatti con tutte le sfumature e le evoluzioni del disegno e del segno; quando vado a trovarlo è come essere investiti da una valanga di suggestioni, e poi nel suo disegno si vede.Beh…Alberto è sempre stato un po’ più avanti di tutti noi…

La mia cultura dell’immagine viene dal cinema degli anni ’80, anni nei quali c’era nell’ariaun’energia che poi non si è più respirata, e dai fumetti che leggevo da piccolo: Corben, con Den e le sue storie dell’orrore e le sue donne bellissime e ambigue, e Crumb.Le sue storie grottesche e quelle femmine gigantesche da cavalcare…cacchio….i polpacci, i capelli folti e lunghi, gli occhiali….Non farmici pensare.

Ho scoperto tardi Pazienza, ma non mi ha mai entusiasmato, pur riconoscendone l’assoluto valore e l’importanza stilistica.
E poi De Luca. Un talento fuori misura e fuori tempo. Eisner, con Spirit, e le storie anni ’70 dell’Uomo Ragno, con i disegni di Gil Kane e Romita.

Quelle vicende dove il super eroe era quasi un intercalare e un cambio scena per quegli avvenimenti personali e da soap opera che erano il vero peso del personaggio.

Poi il cinema di Raimi, le commedie di Neil Simon ( altro che quella merda sopravvalutata di kevin smith, o i dialoghi senza direzione di tarantino….se noti non si meritano neanche le maiuscole sui loro cacchio di cognomi!!!), Sordi e Hal Ashby, i libri di Celine e Calvino, Woody Allen e le sue nevrosi mai prevedibili, e ora Madina Reyes o James Fry, avvolti dalla musica dei Kiss, Vecchioni, i Black Sabbath, Tenco, i Monster Magnet, e tutto quell’immaginario che passava da Satana e arrivava a Samarcanda, con donne in Fuseaux in fuga da Jason e salvate da un ninja.

Il cinema di Stallone, e i telefilm di Columbo.Di sicuro dimentico qualcosa, ma penso sia impossibile ricordare tutto quello che ci forma, condiziona, insegna e rivela cose di noi.

Comicsblog:Ora vorrei, se possibile, parlare di Davide Golia, Mostri si Nasce è stato per me un albo molto importante come lettore; ed è sicuramente un lavoro fortemente personale, non hai mai pensato che il fruitore potesse rimanere indifferente alla tua storia o alla tua soggettività? Che rapporto hai con i lettori?

Maurizio:Davide Golia è nato per gioco e per caso. All’inizio quel libro doveva essere una storia di condomini e dinamiche sociali varie.Poi una sera che ero a cena con Enea ( Riboldi ) se ne è parlato un po’ per capire che forma dare alla cosa,e lui i dice che sono divertenti le cose che racconto sul modo femminile, e mi suggerisce di andare in quella direzione.

Non volevo che fosse una roba autobiografica ( e non sto dicendo che lo sia )…all’inizio Davide doveva avere la faccia di Daniel Elzarlow ( o come cacchio si scrive ), e poi quella di Sergio Rubini. Andando avanti ha preso sembianze simili alle mie, magari a causa delle storie che raccontavo sempre più adese alle mie esperienze e al mio approccio morale a quegli avvenimenti.Adesso la sua faccia è cambiata perché vorrei sempre più allontanarlo dall’autobigrafismo…e non sto dicendo che lo sia…

Quando inizi a scrivere qualcosa, non puoi pensare ai lettori. Sarebbe un errore; ne andrebbe di mezzo l’onestà verso te stesso e poi verso quello che hai il bisogno di dire.Poi speri che la cosa piaccia, certo, ma devi andare avanti. Non hai più scampo. Hai solo un modo per uscirne, ed è finire.

Poi i lettori sono parte dell’esame finale.Sia quello che pensano che come ti fanno sentire, come riesci a comunicare con loro e con le loro opinioni.Poi mi piace condividere con chi legge quello che ho scritto.Ti esponi, e per farlo bisogna avere coraggio. O essere dediti in modo autistico al bisogno di comunicare. Io rientro nella seconda categoria. Non ho coraggio. Ma ho bisogno di raccontare.

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