La nostra Odissea, un fumetto realizzato dai detenuti del carcere di Sulmona

Ci sono fumetti che nascono per contenere un messaggio di libertà, uno sfogo e per racchiudere i desideri (forse irrealizzabili) di alcuni sognatori...

fumetto sulmona

Ventidue detenuti del carcere di Sulmona hanno realizzato un fumetto intitolato La nostra Odissea. E' un fumetto atipico, composto solo da 24 pagine al cui interno vengono raccolti i pensieri di uomini che hanno rinunciato alla loro libertà. Il loro messaggio non è drammatico, poiché hanno ben pensato di ricostruire le vicende di Ulisse, ambientandole con il giusto umorismo all'interno del carcere ed affrontando così il tema del viaggio attraverso una chiave di lettura originale e fuori dalla logica dell'uomo comune. Essere in carcere, vivere in uno stesso ambiente tutti i giorni, senza possibilità di percepire nuove emozioni o di fare nuove scoperte cambia del tutto la visione della vita e della libertà. Ulisse, come i carcerati, è schiavo delle sue terribili avventure e vive sognando un ritorno in patria, così come i detenuti desiderano ogni giorno la fine del loro incubo.

Dopotutto non tutti i detenuti lasceranno il carcere nei prossimi mesi/anni, poiché tra gli autori del fumetto ci sono molti condannati all'ergastolo ostativo. L'opera, infatti, è stata affidata a ben dodici detenuti del reparto di alta sicurezza 1 (boss delle organizzazioni mafiose e criminali) ed a dieci di quello AS 3 (affiliati alle organizzazioni malavitose). Per realizzare La nostra Odissea hanno avuto il sostegno di insegnanti come Fiorella Ranalli e Bice Del Signore, coadiuvate da Maria Luisa Esposito e Lino Gorlero (che ha curato la realizzazione del fumetto).

Il direttore del carcere, Massimo Di Rienzo, ha commentato l'iniziativa elogiandola e sottolineando i perché della sua importanza:

“Iniziative come queste servono, in un paese civile per dare a questi detenuti un barlume di speranza per un futuro che non sia dentro una cella. L’auspicio è che anche da parte dei legislatori arrivino dei segnali per queste persone condannate a morire nella stessa stanza e nello stesso letto, dopo più di trent’anni di reclusione”.

via | Rete5

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