Intervista: Cristian Posocco - Flashbook Edizioni

Abbiamo intervistato Cristian Posocco direttore editoriale di Flashbook Edizioni, vediamo cosa ci dice...

Presentati ai lettori di Comicsblog.
Ciao a tutti! Mi chiamo Cristian Posocco, e al momento mi trovo a svolgere le mansioni di direttore editoriale per Flashbook Edizioni. Il mio lavoro consiste principalmente nello scovare fumetti giapponesi e coreani da pubblicare in Italia, proporli agli editori, seguire assieme a loro le trattative e, una volta ottenuti i diritti, curarne l’edizione italiana. In più mi occupo, assieme a Enrico Casadio (il nostro virile prodacscion menagier!), di tenere aggiornato il nostro sito e gestirne i contenuti multimediali, redigo i comunicati stampa, e, assieme a Claudia Saetti (la nostra eroica coordinatrice!) e allo stesso Enrico mantengo il contatto col pubblico e con gli addetti ai lavori.
Fare tutto questo mi piace molto. Ma mi piacciono anche i dolci, tanto, così come mi piace andare ai concerti dei Dream Theater.
Non mi piace, invece, fare la fila, e, in genere, stare inscatolato in mezzo alla folla. Non mi piacciono la superbia e il divismo.

Come mai in Italia l'arte del fumetto o dei manga è così sottovaluta mentre, al contrario, negli Usa e in Giappone è praticamente parte integrante della società e della cultura?
Guarda, ti dico subito che non sono d’accordo con il modo in cui è formulata questa domanda. Posto che concordo anch’io che in Italia il potenziale artistico, culturale e comunicativo del fumetto è largamente sottostimato, non mi sembra che le cose siano poi così drasticamente diverse negli Usa. Giappone e Francia OK, sono le due Eldorado del fumetto nel mondo (ma anche questi due mercati scricchiolano, ultimamente: ahi…); oltreoceano, però, non mi pare che il fumetto possa vantare tutta questa considerazione popolare… Che esso stia attraversando un momento di grande visibilità multimediale, è innegabile; e questo si deve all’attuale tendenza hollywoodiana di colmare una carenza di idee di fondo trasformando in kolossal cinematografici le principali serie storiche del panorama disegnato a stelle e strisce. Ma da qui a dire che i comics siano parte integrante della società e della cultura americana *più* di quanto lo siano, per esempio, i disneyani e i bonelliani in Italia… be’, ce ne passa. Le convinzioni popolari che i fumetti siano passatempi infantili da nerd sfigati ce le hanno anche loro!

Con questo non voglio negare, ripeto, che qui nel Belpaese ci siano effettivamente forti, fortissimi resistenze e preconcetti a un’accettazione del fumetto come medium intellettuale e maturo. Il problema è sempre quello: il solito fraintendimento culturale causato dal solco tracciato dai pionieri di un genere, solco dal quale non si riesce più a uscire. Facciamo un passetto indietro: escludendo il parafumetto e i precursori europei (come Wilhelm Busch, Rodolphe Topffer o Georges Christophe Colomb), le origini ufficiali del fumetto vengono fatte risalire negli Stati Uniti, fra le pagine dei principali quotidiani d’informazione (come il «New York World» di nonno Yellow Kid): intrattenimento per adulti di media cultura, quindi. Ma nel nostro paese, ahimè!, quelle stesse strip furono forzatamente adattate alle pagine del «Corriere dei Piccoli», i dialoghi cancellati e sostituiti da moraleggianti filastrocche in rima cui veniva dato il compito di educare i rampolli della media borghesia. Da qui la nascita dell’ineffabile equazione fumetto = prodotto per l’infanzia. Poi, negli anni sessanta, arrivò Bonelli, che, applicando il sistema della “rotazione” dei disegnatori, abituò il pubblico a una dipendenza mensile (e da qui l’equazione “fumetto = mensilità”). Come fece Bonelli, chiederete giustamente voi, a superare questo preconcetto “fumetto = infanzia”? Semplice, non lo superò! Per l’italiano appassionato «Tex è Tex!», è qualcosa di diverso dagli altri fumetti. In Italia, purtroppo, funzionano i fenomeni di costume, non i medium in sé: Tex, Dylan Dog e le Winx non hanno o hanno avuto successo *in quanto fumetti*, ma *benché* fumetti… è questa la cosa triste! Analogamente, il successo di DragonBall o Naruto *non è* il successo dei manga, non è bastato e non sta bastando a “sdoganare” il manga in sé.

Chiudo voltando un po’ la questione, e lanciando una piccola frecciatina: il problema dell’Italia è che gli italiani lasciano che altri decidano per loro, e si adeguano senza porsi troppe domande. Senza contare che leggere un fumetto è un’attività intellettualmente troppo difficile per il consumatore medio (ooops, le frecciatine son diventate due!)…

Puoi raccontarci qualche esperienza curiosa o incredibile che ti è capitata affrontando il tuo lavoro?
Qualcosa di curioso, incredibile e *raccontabile*?? ^^””
Be’, un paio di piccoli aneddoti forse li trovo. Il primo che mi viene in mente riguarda la scorsa Fiera del libro per ragazzi di Bologna, quando il boss di una notissima casa editrice giapponese, persona molto piacevole e distinta, vedendo che attendevamo di essere ricevuti da una casa editrice loro concorrente, prestigiosa e molto selettiva, venne a complimentarsi con noi usando un’espressione assolutamente giovanile e gergale, una cosa che in italiano suonerebbe più o meno come «Avete appuntamento con loro? Che figata!!». Tra l’altro poco più tardi lo vidi mentre dava una mano ai suoi subalterni nello smontare lo stand, cosa che mi colpì molto e che ha contribuito a rafforzare la mia stima nei suoi confronti.

Un’altra cosa che ricordo con particolare piacere, e che risale alla scorsa fiera di Lucca, fu ricevere verbalmente i complimenti da parte di esponenti della concorrenza più blasonata per Bokura ga ita: mi fece assai piacere non tanto per il riconoscimento in sé del nostro colpaccio, quanto per l’estrema franchezza e affabilità che stavano dimostrando questi miei colleghi.
Sì, insomma: ho un debole per le persone umili, franche e affabili.

La situazione italiana e la cosiddetta saturazione del mercato è reale, esiste?
Per me è reale, realissima, tanto reale da non riguardare solo l’Italia ma anche, come ho già accennato, paesi “insospettabili” come Francia e Giappone!
Il fatto puro e semplice è che l’offerta al momento supera di gran lunga la domanda, e questo non può che portare chi del fumetto ci vive (editori, distributori, negozianti) a prendere contromisure. Le quali, spesso, vanno a remare contro un’altra categoria, ingarbugliando ulteriormente la situazione. In più, tutto va visto nell’ottica di una crisi economica generale, in un contesto socio-storico che vede ridotto all’osso il potere d’acquisto delle famiglie, e in cui spetta ai media di comunicazione di massa il potere coercitivo di incanalare le scelte commerciali della gente verso fenomeni di costume predeterminati (sì, è lo stesso discorso che facevo prima).
Cosa succede, quindi? Succede che ci sono più fumetti e meno soldi, e siccome la vita costa di più tutti hanno bisogno di guadagnare di più. Come se non bastasse, quei pochi soldi destinati all’intrattenimento, vengono deviati dal Grande Fratello Catodico (o LCD, o Plasma…) verso altre forme di consumo, perlopiù effimere, rendendo sempre più ristretto il bacino di fruizione del fumetto.

I lettori sono sempre meno, i soldi sono sempre meno, i fumetti sono sempre di più (e, detto con franchezza, a mio avviso vengono introdotti sul mercato anche prodotti assolutamente evitabili, che contribuiscono ancor più ad appesantire il tutto)… Giocoforza, i lettori devono fare delle scelte, tagliare molte serie che vendono e venderanno sempre meno. Quindi editori e negozianti guadagneranno meno, e dovranno correre ai ripari. Gli editori alzeranno i prezzi, scoraggiando i lettori e i negozianti; i negozianti ridurranno all’osso gli acquisti per evitare eccessivi sbilanci e pericolosi invenduti, inguaiando gli editori e “forzando” le scelte dei loro clienti; i lettori protesteranno e si ritroveranno sempre più spaesati… Patatrac!

Praticamente, allo stato attuale delle cose, ci stiamo rimettendo tutti.
Credo che sia necessario da parte di tutti un piccolo esame di coscienza e, di conseguenza, un piccolo passettino indietro: tanti piccoli sforzi, uniti, possono portare a un grande risultato. Da parte di Flashbook, stiamo già pensando a qualche possibile modo di alleggerire la situazione, per permettere sia ai nostri lettori (e ai loro portafogli) sia al mercato in generale di tirare un po’ il fiato. Leggo, però, che a partire da questo Autunno una nuova casa editrice esordirà nel mercato dei fumetti asiatici in Italia. E così le fette della torta si faranno ancora più sottili…

Cosa ne pensi dei siti web del settore come Comicsblog?
Negli ultimi anni la quantità e la qualità delle informazioni circolanti in rete fra gli appassionati hanno avuto un innalzamento pauroso! Ricordo che quando frequentavo ancora l’università spiegare agli appassionati medi che la distinzione fra shōjo e shōnen è operata in base al pubblico di riferimento e alle riviste in cui essi vengono serializzati – e non in base ai contenuti o ai temi trattati – sembrava un’utopia; così come se nominavi la parola «seinen» la gente aggrottava gli occhi e ti guardava storto. E questa disinformazione si rifletteva anche nei contenuti di buona parte dei siti del settore, purtroppo.

Però, poi, è successa una cosa. Un po’ “darwinianamente”, se vogliamo, abbiamo assistito a una sorta di “selezione naturale” dei siti specializzati: pian piano, quelli maggiormente approssimativi e male informati han cominciato a sparire, mentre quelli informati e costruiti su un solido impianto critico si sono espansi; così come i nuovi siti che nascevano si basavano più o meno tutti su basi cognitive decisamente più solide. Grazie, appunto, alla diffusione di questi siti, creati e gestiti da persone competenti, informate e selettive (della serie: non è che se leggo o sento una cosa do per scontato che essa sia vera, prima di assumerla per buona controllo, confronto, verifico), il livello culturale del pubblico più appassionato e attento è salito notevolmente, ben oltre le mie più rosee aspettative. Questo in un certo senso facilita notevolmente il mio lavoro, perlomeno la parte che riguarda la comunicazione coi lettori. Tuttavia, purtroppo, si parla sempre di una nicchia nella nicchia, discorso vecchio ma sempre attuale. Per quanto la qualità dell’informazione circolante in internet sia cresciuta, questa continua a non riuscire a raggiungere il grande pubblico – quello che può decretare la sopravvivenza o il fallimento di una serie o, addirittura, di una casa editrice. Questa parte di pubblico, sfortunatamente, rimane ancora suggestionabile, manipolabile, incostante, ed è esclusiva di chi detiene un potere d’immagine molto forte.

Tutto questo preambolo per dire cosa? Che i siti web del settore offrono, attualmente, un’informazione di ottimo livello, che li seguiamo e li consideriamo molto, ma che, al tempo stesso, hanno una utilità alla causa relativa, o meglio, limitata. Sono pochi,ad esempio, i casi in cui l’informazione nei siti e il passaparola nei forum possono veramente segnare in positivo o in negativo le sorti di un fumetto. Un esempio positivo in casa Flashbook può essere Gung, e questo ci porta a un’altra considerazione: internet ha un’influenza sull’andamento degli shōjo manga ben superiore rispetto a quella che ha per gli shōnen: forse perché alle ragazze piace di più parlare, dilungarsi in lunghissimi post in cui commentano scene e personaggi di un tal fumetto. I ragazzi tendono a dimostrare invece una maggiore guasconeria, una maggiore tendenza alla divagazione e all’off-topic, oppure, agli antipodi, una certa laconicità, intervenendo per scrivere semplicemente se compreranno o meno un determinato titolo. So che è sbagliato generalizzare, ma se facciamo una media posso dire che l’andamento è più o meno questo.

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